Studio – Oltre lo Still Life — Collezione
L’immagine come meditazione, manipolazione, presenza.
Studio – Oltre lo Still Life
In Studio, Oltre lo Still Life proseguo una ricerca che si inscrive nella lunga tradizione di quegli artisti che hanno interrogato la fotografia non come linguaggio descrittivo, ma come luogo di trasformazione.
La luce, la manipolazione della superficie sensibile, il gesto che interviene sulla materia fotografica diventano qui elementi fondativi, strumenti attraverso cui la realtà viene sospesa e ripensata.
Il mio lavoro dialoga, inevitabilmente, con quella linea culturale che ha trasformato il still life in un territorio metafisico: dalle nature morte seicentesche, in cui la luce rivelava la fragilità dell’esistente, fino alle esperienze più radicali del Novecento.
Penso alla riflessione di Morandi, alla sua ricerca di un’essenza oltre l’apparenza, alle metamorfosi luminose di Brassaï o alle materie di Minor White, dove l’immagine diventa veicolo di una dimensione interiore; alle derive concettuali di Ugo Mulas, alla sua indagine sulla natura stessa dell’atto fotografico; penso alle esplorazioni più intime e corrosive della fotografia sperimentale, da Man Ray alle pratiche contemporanee che interrogano l’oggetto non per ciò che mostra, ma per ciò che nasconde.
In questo percorso non cerco mai un soggetto da rappresentare.
Non esiste un oggetto da descrivere, né un simbolo da evocare.
Il mio intento è diverso: lasciare che la meditazione, la luce e la materia costruiscano un’immagine che sia un luogo, una condizione, una forma di pensiero visivo.
Studio, Oltre lo Still Life è un esercizio di presenza e di sottrazione.
La manipolazione dell’immagine non è un effetto, ma un modo di entrare nella fotografia dall’interno, come se la pellicola stessa potesse diventare uno spazio di riflessione, un campo in cui l’essere si manifesta in modo inatteso.
In questo senso, la mia ricerca si avvicina a quella tradizione estetica che vede nella luce un fenomeno ontologico prima che visivo: la luce come possibilità di manifestazione – alla maniera di Heidegger, per il quale il mondo appare solo nel chiarore che lo disvela.
La luce la vivo come evento che modifica la percezione – come nelle analisi percettive di Merleau-Ponty, dove l’immagine è sempre un incontro tra corpo, sguardo e mondo.
In queste ricerca le opere nascono come una piccola soglia mentale, un varco che restituisce all’oggetto la sua parte invisibile, quell’eco di realtà che solo la manipolazione lenta e meditata può far emergere.
Attilio Scimone
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