Naufrago — Collezione

Naufrago esplora il dramma e la speranza del Mediterraneo: volti, relitti e silenzi.

 

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Naufrago - Silenzi #5 – 2013

Naufrago - Habitat #8 – 2013

Naufrago - Noi #10 – 2013

Naufrago - Relitti #6 – 2013

Naufrago - Noi #7 – 2013

Naufrago

 

Questo mio lavoro “Naufrago” realizzato tra il 2014 e il 2015 racconta la tragedia che si consuma nel Mediterraneo, ma non si ferma mai alla cronaca della perdita. L’immagine non cerca il dolore come spettacolo, né il naufragio come icona della disperazione. Piuttosto, tenta di restituire uno spazio dove la fragilità possa trasformarsi in un nuovo inizio — un luogo dove il mare, da confine, ridiventa habitat; da minaccia, una soglia possibile.

Noi è il cuore del progetto: una fratellanza difficile, un esercizio di immedesimazione che chiede di sospendere il proprio punto di vista e di abitare — anche solo per un istante — lo sguardo dell’altro. Un gesto arduo, quasi heideggeriano, dove l’essere si rivela nella sua più radicata vulnerabilità, come esser-gettati fra le onde del mondo.

Habitat è lo spazio che si cerca: un altrove che non ha ancora un nome, ma che può essere ricostruito. È ciò che rimane quando la paura si ritira, quando l’acqua non è più barriera ma respiro.

Noi, ancora, è anche un confronto di poli: chi arriva e chi accoglie, chi cerca e chi teme, chi sopravvive e chi osserva. Ma nello specchio del volto dell’altro — come nei versi di Derek Walcott — scopriamo che il mare è storia, e ci riguarda tutti.

Relitti non sono soltanto l’apoteosi della disgrazia: sono ciò che resta, frammenti di un passaggio che non si è compiuto. Parlano con la forza delle cose sopravvissute, come il blues più asciutto di Blind Willie Johnson o come certe immagini di Sebastião Salgado, dove il dolore non chiede pietà ma riconoscimento.

Silenzi sono infine le voci del mare. Non silenzi che evocano, ma presenze inquietanti e assordanti. Il Mediterraneo, in questo lavoro, non grida: sprofonda in una lirica muta, come nelle pagine di Erri De Luca o nelle note sospese di Nara di E.S. Posthumus, dove la malinconia si fa ritmo di un destino collettivo.

Il mare tace, ma il suo tacere pesa. È una quiete che non si racconta: si ascolta.

"Naufrago" nasce per questo: trasformare la visione del naufragio in un gesto di restituzione. Uno spazio dove lo sguardo non separa ma unisce; dove la fotografia non vuole essere un documento, ma ricostruisce un filo invisibile tra vite lontane; dove, in fondo al dolore, rimane — ostinata — la possibilità della speranza.

 

Attilio Scimone