Mediterranean Sea — Collezione

Il Mediterraneo che attraverso con la mia fotografia non è un soggetto da rappresentare, ma una presenza da abitare.

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Medetirranean sea #56 – 2020

Medetirranean sea #14 – 2020

Medetirranean sea #64 – 2020

Medetirranean sea #40 – 2020

Medetirranean sea #72 – 2020

Mediterranean sea

 

Il Mediterraneo che attraverso con la mia fotografia non è un soggetto da rappresentare, ma una presenza da abitare. Ogni immagine nasce da una relazione fisica con la luce, dalla lentezza dei materiali e dalla fragilità della pellicola: elementi che non registrano soltanto un istante, ma la mia stessa percezione del mare.

L’uso della fotografia analogica mi permette di entrare in un dialogo più profondo con questa presenza. Le densità dei neri, le variazioni dei grigi, gli stessi segni sulla pellicola su cui intervengo creano una profondità ulteriore nelle opere, che alterno a visioni più essenziali e iconiche. Nulla è immediato. Ogni scatto è un gesto ponderato che si deposita sulla pellicola come un atto di fiducia.

Nei grandi formati queste sensazioni si amplificano: il Mediterraneo non è più un’immagine da guardare, ma uno spazio da attraversare. La linea dell’orizzonte non è un semplice limite visivo, ma una zona di passaggio in cui lo sguardo può perdersi e ritrovarsi. La superficie dell’acqua si fa trama, si dilata fino a inglobare chi osserva.

Il Mediterraneo è un mare che può generare quiete o angoscia, apertura o vertigine. Quando lo fotografo, so che non sto fissando un luogo, ma il modo in cui quel luogo attraversa il mio stato d’animo. Questo mare diventa un campo emotivo, uno spazio interiore che prende forma attraverso la materia sensibile dell’analogico.

In questo senso il mio lavoro si muove vicino, ma anche oltre, la tradizione fotografica. Non penso al Mediterraneo come paesaggio, ma come presenza metafisica: un luogo in cui la luce è un’esperienza prima ancora che un colore, e le superfici sospese trasformano il mare in un’idea di tempo assoluto. A volte sento affiorare, in lontananza, la memoria delle “zone di silenzio” di Giorgio Morandi, dove l’apparente semplicità è solo un varco verso una profondità inesauribile.

Eppure tutto questo rimane soltanto un’eco. Il Mediterraneo che cerco non è stilistico, non è iconografico. È un mare che mi ha sempre interrogato, che porta con sé una storia lunga quanto l’origine del pensiero e, allo stesso tempo, una fragilità contemporanea. Nelle stampe di grande formato la visione diventa un’esperienza immersiva: la linea sottile dell’orizzonte respira, si inclina, si perde. È lì che avverto la tensione continua tra angoscia e serenità.

Il mare non offre mai risposte: si limita a restituire ciò che portiamo dentro. Ogni fotografia diventa così un autoritratto in forma di mare, un modo per misurare lo spazio invisibile tra la mia percezione e il mondo. Il Mediterraneo non lo rappresento: lo lascio accadere. E nel suo accadere ritrovo la mia inquietudine, la mia pace, la mia storia.

 

Attilio Scimone