Materia e Luce — Collezione
Oltre il gesto fotografico.
Il Libro d'Artista
Materia. luce
Negli anni Ottanta, quando ho iniziato questa ricerca visiva tramite l’uso della fotografia, nel 2002 Jean-Claude Lemagny ne scrisse un testo dal titolo Materia e Luce, avevo l’impressione di muovermi dentro una terra che non si lasciava semplicemente guardare: pretendeva di essere interrogata.
Fin da subito ho messo al centro che il mio lavoro non nasce da una volontà descrittiva, ma è pervaso da dubbi.
Che cosa rimane della materia quando la luce la attraversa? E che cosa rimane della luce quando la materia cerca di trattenerla?
È da questo interrogativo che si è sviluppato tutto.
Con il tempo mi sono accorto che quello che cercavo non era mai l’oggetto, ma la sua transizione: l’istante in cui la materia si libera dalla propria evidenza e diventa altro: corpo, traccia, reliquia, presenza che sfugge a sé stessa.
Il senso più profondo da cogliere è quello della fotografia quando smette di essere documento e diventa un luogo fragile e instabile, in cui la forma non è più proprietà dell’oggetto ma esito di un attraversamento.
Le pratiche chimiche che uso — viraggi, solarizzazioni, incisioni — non appartengono per me a una tradizione decorativa, ma a una genealogia più antica, rappresentata dalle trasformazioni alchemiche che, prima ancora della fotografia, cercavano di comprendere come la materia potesse cambiare stato.
Non cerco la forma compiuta: cerco ciò che la incrina.
È qui che ritrovo il pensiero di Jean-Claude Lemagny. Quando afferma che non tutta l’armonia è viva, riconosco la mia esperienza più intima: un’immagine può essere corretta, perfetta, equilibrata — e tuttavia morta. Perché manca quel minimo spostamento, quella vibrazione imprevedibile che la sottrae all’estetica della quiete e la riconsegna alla vita.
Quello “swing” di cui parla Lemagny, in Materia e Luce, oltre che dal gesto fotografico, prende forma dalla resistenza della materia e dalla sua improvvisa resa alla luce.
Conservo da sempre la sensazione che ciò che fotografo non sia mai soltanto un vegetale o un frammento naturale, ma la memoria di un’origine. Qualcosa che precede la definizione del mondo.
È come se la materia, nel momento in cui la esponiamo alla luce, tentasse di ricordare il proprio inizio — o la propria fine.
Per questo considero questi lavori una forma di meditazione sulla mortalità: la carta, i chimici, i sali d’argento, gli elementi naturali… tutto qui nasce e si consuma allo stesso tempo.
Non fotografo per documentare qualcosa di esistente, ma per lasciare emergere ciò che la materia trattiene in silenzio.
Sono immagini che chiedono di essere guardate non come oggetti, ma come apparizioni: brevi, autonome, sospese.
Dopo tanti anni, Materia e Luce è diventato il mio modo di pensare il mondo non come insieme di cose, ma come continua trasformazione.
Un dialogo senza garanzie tra ciò che si offre e ciò che svanisce.
Un luogo dove la fotografia non ripete la realtà, ma la apre.
Attilio Scimone
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