L'Immagine prima dell'Immagine — Collezione

L’immagine come processo, attesa, materia sensibile e apparizione.

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 L'Immagine prima dell'Immagine #1

2019

 L'Immagine prima dell'Immagine #14

2019

 L'Immagine prima dell'Immagine #8

2019

 L'Immagine prima dell'Immagine #6

2019

L'Immagine prima dell'Immagine

 

Nel progettare e sviluppare l’idea di una visione quasi sospesa di elementi che, nel loro spazio originario, si collocano sempre in una dimensione paesaggistica, ho incontrato una sfida tutt’altro che semplice.

Non considero l’albero come soggetto, ma come attraversamento: una ricollocazione tra luce, emulsione, dispersioni e interventi eseguiti direttamente sulla pellicola analogica di grande formato, prima ancora che incontrasse la luce dell’esposizione. L’albero è soltanto un punto d’innesco; ciò che realmente accade avviene dentro la superficie sensibile, là dove la forma si contamina, reagisce, muta.

L’opera non registra: elabora, traduce, corrode, reinventa.

Ogni immagine è il risultato di un processo che richiede coerenza nel controllo di tutti i suoi elementi iconici. La materia della fotografia — emulsione, particelle d’argento, residui di reazioni incomplete — prende una sua direzione, produce opacità, dissolvenze, regioni di densità inattesa. L’albero diventa così una struttura instabile, una figura che affiora da un percorso filosofico più che dal paesaggio stesso.

Ciò che emerge non è una rappresentazione: è una traccia chimica, una sedimentazione, un evento fisico che ha lasciato un segno sulla carta. La superficie dell’opera fotografica diventa un supporto per una visione personale, quasi incompiuta.

Ogni segno è il risultato di un’azione;

ogni incisione, una resistenza della carta;

ogni variazione, il gesto di una sostanza che tenta di fissarsi e fallisce, o reagisce, o eccede.

E l’albero?

L’albero sopravvive come impronta di un incontro tra due materie: quella organica del mondo naturale e quella chimica della fotografia. Non è più un organismo: è un residuo, un’eco del processo che lo ha trasformato.

Queste opere costituiscono un laboratorio visivo in cui la forma non è data, ma prodotta. E ciò che si vede è sempre il risultato di ciò che la materia ha deciso di diventare.

In questo lavoro, ciò che resta è il movimento stesso della trasformazione.

 

Attilio Scimone