Ficus come Identità Errante — Collezione

Presenze metafisiche che sfidano la natura, la storia e la percezione. 

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Ficus come Identità Errante #1 – 2021

Ficus come Identità Errante #3 – 2021

Ficus come Identità Errante #8 – 2021

Ficus come Identità Errante #16– 2021

Ficus come Identità Errante

 

I ficus monumentali non appartengono soltanto a Palermo:

appartengono a un mondo condiviso, a una geografia che mescola origini lontane e memorie locali.

Arrivarono nell’Ottocento, provenienti dall’Australia e dall’Asia, quando l’Orto Botanico — uno dei più importanti d’Europa — importava specie esotiche per studiarne l’adattamento. La città era un laboratorio aperto, un territorio di sperimentazioni, e questi alberi sono diventati la prova vivente di quella stagione di espansione culturale.

Ma ciò che mi interessa non è soltanto la loro cronologia botanica.

È il fatto che, nel radicarsi, hanno riscritto il volto della città: Piazza Marina, il Giardino Garibaldi, l’Orto Botanico sono oggi scenografie viventi di un tempo che non coincide più con il nostro, un tempo che continua a emergere sotto forma di presenza.

Quando ho realizzate queste opere ho cercato il momento in cui le forme smettono di essere naturali e si trasformano in qualcosa di immersivo: figure che assumono un valore monumentale, una struttura che parla una lingua antica.

Le radici si intrecciano come architetture impossibili;

i tronchi sembrano scolpiti da movimenti millenari;

le ombre generano spazi dentro altri spazi.

Tutto si sottrae alla logica della botanica e si avvicina a un linguaggio più profondo, più originario.

Il ficus  alla fine non è soltanto un organismo diventa un luogo, un segno che incide lo spazio e ne custodisce la memoria.

Nelle mie opere ho cercato di trasmettere questa tensione:

il ficus è qui, immerso nella luce della città, e allo stesso tempo altrove, in una regione che non si lascia raggiungere.

La sua monumentalità è una deviazione del reale: la città si piega per accoglierlo, la scala umana si dissolve, l’occhio è costretto a misurarsi con qualcosa che eccede ogni equilibrio.

È un essere fuori proporzione, che impone una nuova grammatica dello sguardo.

Ed è proprio lì che le opere diventano enigmatiche: esse non documentano, ma cercano forme di visione oltre la realtà, come se ogni immagine fosse un tentativo, forse persino un pretesto, per lasciare emergere ciò che non sappiamo ancora nominare.

 

Attilio Scimone