BIOGRAPHY

 

Attilio Scimone (Riesi, 1951) develops his photographic practice as a continuous inquiry into the very conditions of the image. Since the early 1970s, during his studies in Architecture at the University of Palermo, photography has taken shape for him not as a representational tool, but as a critical device capable of questioning the relationship between vision, matter, and time. A decisive role was played by his direct encounter, in 1972, with the aesthetic thought of Rosario Assunto during a cycle of lectures, which profoundly shaped his understanding of landscape as a moral and metaphysical experience rather than a descriptive subject.

From the outset, black and white becomes a field of necessity rather than a stylistic choice. Scimone works exclusively with analog materials, favoring medium and large formats, and conceives the darkroom as a space of conceptual elaboration as much as technical practice. The image emerges through a physical relationship between light, gelatin, chemistry, and support, transforming photography into a dense, almost corporeal presence. In this sense, black and white is not the absence of color, but an active form of memory through which the world takes shape by subtraction and duration.

Between the 1980s and 1990s, a foundational phase of research takes form. The series dedicated to the sulfur mines of Sicily, investigations into industrial archaeology, and experiments on photographic emulsions mark a decisive shift: the landscape is no longer merely observed, but traversed by a gesture that places it under tension. During this period, Scimone develops Grignotage, a personal practice of subtractive incision into deep blacks, eroding the image and pushing it to the limits of its visual existence. Photography expands toward territories bordering on drawing and sculpture, acquiring a tactile and object-like dimension.

A pivotal moment in Scimone’s trajectory occurs in 2001 with his encounter with Jean-Claude Lemagny, former curator of the Cabinet des Estampes et de la Photographie at the Bibliothèque nationale de France. From this meeting emerges an intense epistolary exchange of critical and personal writings that definitively clarifies the direction of the project Matter and Light. Through this dialogue, photography is understood as a site of tension between what matter retains and what light continuously attempts to transcend. Matter and Light thus becomes a conceptual axis rather than a series—a matrix that underlies the entirety of the work.

From the early 2000s onward, The Metaphysical Land takes shape as an autonomous and structured project, conceived as a trilogy articulated into Land / City / Sea. It is not a synthesis of previous research, but a self-sufficient body of work grounded in a rigorous theoretical framework. Within this context, Scimone’s dialogue with the philosopher Alberto Giovanni Biuso plays a decisive role in shaping the project’s ontological horizon.

Through this confrontation, Scimone’s photography is read as a form of memory that generates the world. Black and white becomes the primordial space of vision, redefined through the absolute light of the South: a dry, mineral light that consumes surfaces and transforms color into a burned gray. In The Metaphysical Land, landscape, city, and sea are not inhabitable places, but impersonal structures of being. Human presence appears as irreducible solitude, while the female figure assumes an archetypal role: not portrait, but origin—an ancient, silent Mother, prior to any naming.

Alongside this project, Scimone has developed numerous autonomous cycles of research—Imaginary Landscape, Tree Stories, Tree Stories – Negative Polaroid, Women in Nondescript Landscape, Sea in Suspension, Artificial, Still Street, Human, Sounds—in which photography is conceived as a process of thought. Here the image does not represent, but questions; it does not describe, but destabilizes perception.

His works are held in public and private collections, museums, foundations, and photographic archives, and have been exhibited and published internationally.
Attilio Scimone’s work is distinguished by its ability to transform photography into a space of thought—one in which darkness makes every light possible, and existence unfolds as a form of endurance beyond defeat.

 

 

BIOGRAFIA

 

Attilio Scimone (Riesi, 1951) sviluppa la propria ricerca fotografica come un’indagine continua sulle condizioni stesse dell’immagine. Fin dall’inizio degli anni Settanta, durante gli studi di Architettura all’Università di Palermo, la fotografia si configura per lui non come strumento di rappresentazione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il rapporto tra visione, materia e tempo. In questo periodo avviene l’incontro diretto con il pensiero estetico di Rosario Assunto, seguito nel 1972 all’interno di un ciclo di lezioni, che orienta in modo definitivo il suo sguardo. Da qui nasce una concezione del paesaggio non più inteso come dato descrittivo, ma come esperienza morale e metafisica, luogo in cui la forma si rivela attraverso la propria fragilità e durata.

Il bianco e nero diventa sin dall’inizio un campo di necessità, non una scelta stilistica. Scimone lavora esclusivamente in analogico, privilegiando grandi e medi formati, e fa della camera oscura uno spazio di elaborazione concettuale oltre che tecnica. L’immagine nasce e si compie nella relazione fisica tra luce, gelatina, chimica e supporto: un processo in cui la fotografia smette di essere superficie neutra e assume la densità di un corpo. In questo senso il bianco e nero non è privazione del colore, ma memoria attiva, luogo in cui il mondo prende forma attraverso la sottrazione e la durata.

Tra gli anni Ottanta e Novanta prende forma un primo nucleo fondativo della ricerca. Le serie dedicate alle Solfare di Sicilia, l’indagine sull’archeologia industriale e le sperimentazioni sull’emulsione fotografica segnano un passaggio decisivo: il paesaggio non è più soltanto osservato, ma attraversato da un gesto che lo mette in crisi. In questo contesto matura il Grignotage, pratica personale di sottrazione e incisione dei neri profondi, in cui l’immagine viene erosa, scavata, portata al limite della propria esistenza visiva. La fotografia si espande verso territori contigui alla grafica e alla scultura, acquisendo un valore tattile e oggettuale.

Un momento determinante nel percorso di Scimone avviene nel 2001 con l’incontro con Jean-Claude Lemagny, storico curatore del Cabinet des Estampes et de la Photographie della Bibliothèque nationale de France. Da questo incontro nasce un intenso rapporto epistolare, fatto di testi critici e riflessioni personali, che accompagna e chiarisce definitivamente la direzione del progetto Materia e Luce. Attraverso questo dialogo, la fotografia viene intesa come luogo di tensione tra ciò che la materia trattiene e ciò che la luce tenta costantemente di oltrepassare. Materia e Luce si definisce così come asse concettuale fondativo: non una serie, ma una matrice di pensiero che attraversa trasversalmente l’intera ricerca.

Dagli anni Duemila prende forma La Terra Metafisica, un progetto autonomo e strutturato, concepito come una trilogia articolata in Land / City / Sea. Non si tratta di una sintesi delle ricerche precedenti, ma di un’opera complessa e autosufficiente, fondata su una visione unitaria e su un impianto teorico rigoroso. In questo contesto si colloca il dialogo con il filosofo Alberto Giovanni Biuso, il cui pensiero ontologico contribuisce in modo determinante allo sviluppo critico del progetto.

Nel confronto con Biuso, la fotografia di Scimone viene letta come forma della memoria che genera il mondo. Il bianco e nero diventa spazio originario della visione, ma declinato secondo una luce radicalmente meridiana: una luce secca, minerale, che consuma le superfici e trasforma il colore in grigio, rendendolo ancora più bruciante. In La Terra Metafisica il paesaggio, la città e il mare non sono luoghi da abitare, ma strutture impersonali dell’essere. La presenza umana appare come solitudine senza redenzione, mentre la figura femminile assume un valore archetipico: origine silente, Madre primigenia, corpo anteriore a ogni nominazione.

Accanto a questo progetto, Scimone sviluppa numerosi cicli di ricerca autonomi – Imaginary Landscape, Tree Stories, Tree Stories – Negative Polaroid, Women in Nondescript Landscape, Sea in Suspension, Artificial, Still Street, Human, Suoni – in cui la fotografia è intesa come processo di pensiero. In queste opere l’immagine non rappresenta, ma interroga; non descrive, ma mette in crisi la percezione.

Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, musei, fondazioni e archivi fotografici, e sono state esposte e pubblicate in ambito nazionale e internazionale.
L’opera di Attilio Scimone si distingue per la capacità di trasformare la fotografia in una zona di pensiero, in cui la tenebra rende possibile ogni luce e l’esistenza si manifesta come durata che non conosce sconfitta.